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La Mia Londra

La mia Londra di Marco e Cristina

20 Luglio 2015 , Scritto da Flavia Zarba

La mia Londra di Marco e Cristina

Nome: Marco

Anni: 31

Professione: Giornalista/scrittore/informatico

Nome: Cristina

Anni: 27

Professione: Pubblicitaria/giornalista

Perchè avete scelto Londra?

Marco:

"Nel lontano 2013, io e Cristina partimmo per Londra. "Visto che non possiamo avere un futuro, prendiamoci almeno il presente», intonava il nostro coro di voci deluse."

Dando seguito a voci di amici e conoscenti e alla mia piccola esperienza pregressa, mi ero convinto a cercare casa nell’Ovest di Londra. I requisiti della nostra magione (la classica stanzetta, cercata su GumTree, in un flat da condividere) erano: prezzo basso, West London, niente italiani in casa. Bene. Poichè i primi giorni si risolsero in una collezione di insuccessi, fummo costretti a cedere su qualcosa. Ci stabilimmo a Mile End, East London, con tanti italiani in casa. L’Est un postaccio? Abbiamo cambiato idea. "

Cristina:

"Uno de nuestros objetivos principales era evitar vivir con italianos por el idioma pero al final…mejor que convivir con musulmanes o chinos por la limpieza y el orden…

A pocos días de llegar a Londres nos encontramos viviendo en una casa llena de italianos. El idioma oficial del piso lo acabamos aceptando, lo que era increíble de creer era lo sucios y desordenados que eran y la basura que eran capaces de acumular. Esto cambió mi visión de las ideas preconcebidas que tenemos de las personas, los estereotipos de las nacionalidades o simplemente nos tocó compartir casa con los italianos menos indicados de toda Londres."

I pro e i contro di Londra?

Marco:

"A Londra, il lavoro c’è. So che non è una gran scoperta, ma va detto. Nonostante il sovraffollamento e l’impennata della domanda a causa dei citati “esiliati”, i numeri sono stati confortanti. Nelle prime settimane, in cui cercai lavoro a singhiozzo, portai a casa: 5 colloqui, 3 proposte di impiego e 2 lavori accettati. Il primo, stupendo perché legato alle mie passioni, era il telecronista sportivo; il secondo, per me meno affascinante, il barista all’interno di una banca d’affari nella City. Lavoravo anche 7 giorni su 7, forse, inconsciamente, per recuperare il tempo perduto in Italia. Ho fatto pure turni da 13 ore, alzandomi alle 5 del mattino, in mezzo agli squali della finanza (non sono tutti malvagi come vengono dipinti); sono stato rimproverato da manager esigenti o da team leader che contestavano la temperatura e il peso (certe compagnie hanno degli standard un tantino ingessati...) dei miei caffè; ho pulito merde di topo, ripensando al 110 e lode scritto sulla mia laurea. Però, la conoscenza di persone di tutte le razze, che andavano e venivano (a Londra, il concetto di turnover non vale solo per le squadre di calcio...), è valsa il prezzo del biglietto. Così come il bonifico, puntuale, ogni venerdì."

Giudizio severo: mi fanno un po’ sorridere coloro che, dal Bel Paese, contestano i ritmi di lavoro e le paghe basse di certe realtà inglesi; forse non hanno mai sperimentato la magnifica incertezza di certe realtà italiane, dove, per avere la paga, devi stare dietro a un capo latitante, che ti dà molto.

Cristina:

"No es muy divertido trabajar gratis 8 horas en una pequeña tienda de Camden Town... ellos los llaman hacer una prueba, ¿De 8 horas, doblando y planchando vestidos? Terminar, estar destrozada al final de la jornada e irte a casa con un: “Ya te llamaremos”. Lo curioso de esta historia es que tiempo después (no me refiero al día siguiente ni la semana después, sino a lo largo de los dos meses siguientes a aquella prueba, día tras día, seguía ahí el cartel “Staff wanted”). Las posibilidades eran dos: o no habían encontrado la persona adecuada para planchar y ordenar vestidos, cosa bastante improbable si se tiene en cuenta que hablamos de Londres, o a base de pruebas se ahorraban pagar un sueldo más y conseguir que alguien nuevo todos los días hiciera el trabajo gratis…Denunciable."

La vostra Londra come la ricordate?

Marco:

"Ragazzi, vivere su Brick Lane non è per tutti! Fidatevi! Io ci ho passato un paio di settimane, alloggiato provvisoriamente in una casa, che aveva l’ingresso condiviso con un “kebabbaro”. Le finestre erano difettose, con vetri dell’anteguerra che lasciavano passare gli schiamazzi della strada. E a Brick Lane, se si esclude qualche ora del mattino, c’è sempre un discreto frastuono. Una notte, verso le 4, fummo svegliati da una banda di ragazzi mezzi ubriachi che strillavano la Marsigliese... Mah! Eppure, nonostante questo, molti fanno carte false per andare a vivere a Brick Lane. Perché è a due passi dalla City, è cool e trendy, etc."

Cristina:

"El mundo es un pañuelo... Aprovechando los días libres para viajar, cogimos un bus camino de Cambridge. Allí, un amigo de un amigo (en Londres los amigos o conocidos de tus amigos rápido se convierten en amigos tuyos, como dice la canción) celebraba su cumpleaños. En el bus, por casualidad, me encontré a una vieja amiga de la Universidad que, como yo, había emigrado con su licenciatura debajo del brazo en busca de un futuro mejor. Al llegar a Cambridge, nos estaban esperando, visitamos los principales puntos turísticos de la ciudad y después cogimos un taxi dirección: campos de girasoles. La casa era preciosa, como en las pelis americanas (en este caso inglesas...) con un jardín enorme, un columpio y una panorámica llena de girasoles. Comimos, bebimos, hablamos inglés, español, italiano… gente de todas partes del globo….."

La mia Londra di Marco e Cristina

Rappresenta tre cose.

1- Un ricordo.

2- Un insegnamento.

3- Un atto di fede.

Giudizio severo: mi fanno un po’ sorridere coloro che, dal Bel Paese, contestano i ritmi di lavoro e le paghe basse di certe realtà inglesi; forse non hanno mai sperimentato la magnifica incertezza di certe realtà italiane, dove, per avere la paga, devi stare dietro a un capo latitante, che ti dà molto

«Questa città è fantastica, perché, al suo interno, non ti senti mai uno straniero».
Ho ripensato spesso a quelle parole che mi colpirono parecchio. Oggi le replicherei così:«È vero! Però è anche vero che non ti senti mai veramente a casa".

Visto che non possiamo avere un futuro, prendiamoci almeno il presente», intonava il nostro coro di voci deluse.

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